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Must Be Seen » Natura

La Pineta di Classe (RA) e Lord Byron

Chi di voi non ricorda la "dolce ora del crepuscolo" di cui scrisse George Gordon Byron? Amava andare a cavallo nelle pinete di Classe e San Vitale, a Ravenna, dove soggiornò tra 1919 e il 1921. A questi luoghi si ispirò per scivere quattro dei suoi grandi capolavori drammaturgici

\r\nIl poeta George Gordon Byron (1786-1824) era uno spirito libero ed inquieto. Nella primavera del 1919, presso il salotto della contessa Benzoni a Venezia, conobbe Teresa Gamba, giovane rampolla della famiglia patrizia di Ravenna. Teresa aveva 19 anni ed era stata data in moglie al conte Alessandro Guiccioli, di oltre quarant'anni più vecchio, anche lui ravennate.
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Tra Byron e Teresa nasce una forte attrazione sia fisica che spirituale e, il 9 giugno di quell'anno il poeta arriva per la prima volta a Ravenna, prendendo alloggio presso l'albergo Imperiale che sorgeva dove oggi c'è la moderna Biblioteca Alfredo Oriani (in via C. Ricci) a pochi metri dalla Tomba di Dante.
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Il Lord ritorna a Ravenna nell'inverno successivo e, a un veglione carnevalesco in casa del Conte Cavalli (via Salara) si presenta come "cavalier servente" della Contessina Teresa, in pratica l'amante ufficiale. La figura del "cavalier servente" era in auge già da secoli e accettata in pratica da tutti, marito compreso. Difatti è lo stesso Conte Guiccioli ad affittare a Byron il primo piano del suo Palazzo nell'odierna centralissima via Cavour.
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Byron vi entra accompagnato da ben sette domestici e da un vero e proprio zoo ambulante: nove cavalli, un bulldog, un mastino, due gatti, tre pavoni e un'oca che gli era stata regalata per il pranzo di Natale, ma che il poeta aveva risparmiato. Dopo poco, per un certo periodo di tempo, lo raggiunge l'amico Shelley.
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A Ravenna George Byron impiega il suo tempo scrivendo, cavalcando nella Pineta di Classe e nella Pineta di San Vitale, amoreggiando con Teresa, ma sopratutto trescando con suo fratello Pietro Gamba per un motivo che gli aveva acceso la fantasia: la nascente setta dei Carbonari.
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Byron era un eccellente pistolero e di fatto diventa il maestro d'armi dei Cacciatori Americani, il gruppo carbonaro fondato a Ravenna da Pietro e che si radunava a far prove di tiro in pineta. Si avvicina infatti il 1821, anno in cui i Carbonari pensavano di sollevare la Penisola e scacciare i vari signori e potenti, con in testa il Papa. Ma i moti saranno un fallimento.
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Byron aveva fatto della cantina di Palazzo Guiccioli un arsenale e questo non piacque al vecchio Conte, che pensò bene di denunciare alle autorità l'ormai ingombrante ospite in cambio di un sostanzioso colpo di spugna sulle gravose tasse che l'erario papalino pretendeva in alternativa alla restituzione delle sue vecchie terre ai tempi di Napoleone.
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Nel novembre del 1821 Byron, Teresa e Pietro fuggono a Pisa e poi a Livorno; nel 1823 il Lord lascerà l'Italia sposando la causa della guerra in Grecia.
\r\nIn due anni di permanenza a Ravenna Byron partorì quattro grandi capolavori drammaturgici: Caino, Marin Faliero, Sardanapalo e I due Foscari, più alcuni brani del Don Giovanni, la Profezia di Dante e il Lamento del Tasso. 
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\r\n.......Dolce ora del crepuscolo!.......nella solitudine della Pineta......
\r\nsulle rive silenziose cui circoscrive l'immemorabile foresta di
\r\nRavenna che copre quel suolo dove un tempo ruggiorono le
\r\nonde dell'Adriatico, fino ai luoghi in cui sorgeva l'ultima for-
\r\ntezza dei Cesari; foresta sempre verde che rendono sacre per 
\r\nme le pagine di Boccaccio e i canti di Dryden, oh! quanto io
\r\nho amato l'ora del crepuscoloa te!
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\r\nLe stridule cicale abitatrici del pino, che fan della loro vita
\r\nd'estate una perpetua canzone, si udivano sole insieme col
\r\nrunore dei miei passi e di quelli del mio corsiero, e la squilla
\r\ndel vespro che risuonava in mezzo alle foglie; lo spettro cac-
\r\nciatore della razza di Onesti, i suoi cani infernali e le loro pre-
\r\nda, quella schiera di giovani bellezze che appresero da tal
\r\nesempio a non fuggire da un amante sincero.......trascorrevano
\r\ncome larve innanzi agli occhi della mia immaginazione
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Oh Espero! ogni cosa buona te ne arrechi...tu dài un tetto
\r\nall'uomo stanco, un pasto al famelico, al giovine uccello il
\r\ncalore dell'ala paterna, al lasso bue la stalla desiderata; tutto
\r\nquello che v'è pace intorno al nostro focolare, tutto quello
\r\nche i nostri penati ricettano di più tenero è la benedizione tua
\r\nche lo raccoglie intorno a noi; e il fanciullo pure tu guidi alla
\r\nmammella della madre.
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\r\nDolce ora! tu svegli il desiderio e intenerisci il cuore di
\r\ncoloro che veleggiano sull'Oceano nel primo giorno in cui han
\r\ndetto addio agli amici che loro son cari; tu empi d'amore il
\r\npellegrino sulla sua via, allorché la campana distante che
\r\nannunzia la sera lo scuote, e par piangere il tramonto del gior-
\r\nno che muore; è questa una fantasia che la nostra ragione rin-
\r\nneghi? Ah! certo nulla muore, ma v'è qualcosa che piange!
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(trad. di Carlo Rusconi)
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Da: George Byron, Don Juan, III, 105-08 in The poetical works of Lord Byron. London, John Murray, 1873.
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